Festività Castelline
La meja feste è lu capedanne | La meja feste è lu capedanne |
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| Scritto da speaker | |
| giovedì 31 dicembre 2009 | |
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La meja feste è lu capedanne
Un gruppo di ragazzi si radunava la sera del 28 dicembre davanti al forno di Petrucce. Ne facevano parte, tra gli altri, Carlo Di Giacomo (che mi ha consegnato questa testimonianza e che già da bambino, come il fratello Gino, era un bravissimo suonatore di armonica a bocca) Lalluccio e Pietro Bucci, Adriano De Cesare, e giovani suonatori di fisarmonica. Infreddoliti e chiassosi indugiavano attenti alle ultime consegne della loro guida: Rocche lu bannetore. Rocco era quasi cieco, di ritorno dall’Argentina viveva di modeste occupazioni, divulgava gli annunci più disparati e faceva il giornalaio con una insolita peculiarità: vendeva riviste e quotidiani vecchi. Protetto sotto un mantello a ruota, si accompagnava con un bastone e conosceva strade, vicoli e soprattutto le famiglie del paese. Vivacizzava le sue espressioni nostrane con coloriti vocaboli spagnoli: “vamos peones ma cumpurteteve da cristiane e nen me facete fa’ le figuracce”. Così disciplinata, la compagnia iniziava il girovagare di fine anno con un rituale, stornellato a grandi linee, che si ripeteva di casa in casa: “tuppe e tuppe a stu purtone – s’affaccesse lu padrone – ij le desse lu cumplemente – bonasere a tutt’a la gente”. Se all’introduzione la porta si apriva l’esibizione proseguiva all’interno. “Te venghe a riverì signor padrone - Te venghe a riverì nghe cante e suone” . Era un coro chiassoso, quasi stonato ma che prendeva seriamente l’impegno in giorni di festa partecipata e non subita come accade oggi. A volte quel riverì diventava riferì, con tutti gli equivoci e le conseguenti battute che ne scaturivano. “Se tenisse na fija femmene – na regenelle le puzz’a fa”. A quel punto il più audace dei coristi ammiccava verso la coetanea di casa, che arrossendo non vista ricambiava. “Se tenisse nu fije ommene – nu cavaliere le puzz’a fa”. Il canto dei favorevoli auspici riservato alla famiglia si concludeva con una strofa ripetuta, che esaltava il valore dell’allegra ricorrenza: “Ogge e millanne, olì olanne – la meja feste è lu capedanne” . Applausi di tutti, a cui faceva seguito il richiesto cumplemente, consistente nei dolci della casa e mele, caracine, bicchieri di vino e raramente un’offerta in denaro (la monetina da cinque o dieci lire). E’ certo che tante bevute rendevano la compagnia sempre più “brillante”. Non tutti però acconsentivano a lu tuppe e tuppe, in quei casi prorompeva il verso della condanna e del malaugurio “Tante chiuove te’ ssa porte – lu diavole ze le porte” . Non era una reazione simpatica e cortese e in più occasioni doveva intervenire Rocche, che agitando minaccioso il bastone rimandava tutti a casa: “ Vamos compagneros, arecumieme dumane a sere, ma mo areccumpagneteme a la case…” “Pecchè nen ta ricuorde addo aiebbete?” “Nen è quesse, ij ci vede nghe la cocce, ma lu fatte è ca stenghe mbriache”.
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