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Intervista a Gabriella Paolucci PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberto D'Angelo   
domenica 20 gennaio 2008

Coniugare impegno per il territorio e passione personale non è prerogativa di tutti, lo sappiamo. Castel Frentano, invece, può annoverare tra i suoi concittadini diversi esponenti di questa linea d’impegno nel sociale e già in più occasioni ne abbiamo dato atto nelle nostre pagine.
Questa volta vogliamo lasciare la parola a chi, negli ultimi anni, ha prodigato molte delle sue energie e delle sue qualità in quel difficile campo della patologia umana che è il morbo di Alzheimer. Stiamo parlando naturalmente, come molti avranno capito, di Gabriella Paolucci e dell’Associazione Alzheimer Abruzzo ONLUS, che figura fin dagli esordi del nostro sito fra i link delle associazioni castelline e frentane.

E se nell’ambito dei malati che necessitano di un’assistenza stabile, fuori dalle loro famiglie, il Centro Fraternitas costituisce un essenziale punto di riferimento del nostro territorio, per quanto concerne i malati che vivono ancora all’interno delle proprie famiglie l’Associazione Alzheimer Abruzzo ONLUS rappresenta un prezioso strumento d’aiuto di tipo tecnico, psicologico e legale, in una regione come l’Abruzzo che conta circa 18000 malati. Abbiamo incontrato Gabriella nella sua abitazione e ne abbiamo approfittato per cogliere le sue sensazioni alla vigilia di un nuovo anno di lavoro e d’impegno in questo complesso settore del volontariato locale.

«Nel luglio di quest’anno l’Associazione Alzheimer Abruzzo ONLUS compirà 5 anni: puoi tracciare un bilancio di questo percorso associativo?»
«Mi pare che il bilancio della nostra associazione sia in larga parte positivo, avendo raccolto all’inizio del suo cammino la sfida della formazione e poi quella dell’impegno al servizio della gente, attraverso un’attiva presenza sul territorio grazie anche all’apertura della sede di via Ravizza, a Lanciano, circa un anno fa. Non è stato un cammino facile, sia a causa della complessità dell’universo Alzheimer, sia a causa del silenzio che copriva la realtà di questa malattia ancora 10 anni fa.»

 

 

«Quali sono le note più positive di questi 5 anni?»
«Certamente la buona volontà di tutte le persone che hanno accettato di far parte di questo itinerario formativo e associativo; poi il contatto con le persone, intese sia come malati che come famiglie dei malati, quello che possiamo definire come l’anello più debole e sofferente di tutta la catena, spesso alla stessa stregua dei malati. Il contatto con queste persone ci ha fatto conoscere delle magnifiche storie di amore e di dedizione, per noi non meno importanti dell’aiuto che i nostri interlocutori possono aver trovato presso la nostra associazione. Infine, tra le note positive metterei anche la disponibilità al dialogo e alla collaborazione che hanno dimostrato nei nostri confronti i vari reparti di geriatria degli ospedali di Lanciano, Gissi e Chieti.»

 
«Le famiglie che vi contattano, avendo un malato di Alzheimer al loro interno, che tipo di disagio manifestano?»
«Soprattutto la solitudine. Una volta concluso il percorso diagnostico in uno dei reparti ospedalieri che ospitano le UVA (Unità Valutative Alzheimer) e aver ricevuto la somministrazione di farmaci, che riescono per lo più semplicemente a ritardare l’evoluzione della malattia, quasi sempre il malato viene rimandato a casa e lì le famiglie restano sole con tutto il peso psicologico e materiale che la malattia porta con sé. L’assistenza a queste famiglie, dunque, punta proprio sulla capacità di ascoltare le loro storie e, attraverso gli incontri quindicinali di auto e mutuo aiuto, sulla possibilità di condividere con loro e aiutarle a condividere tra di loro le reciproche esperienze di rapporto col malato e la malattia.»
 

 

«Le risposte del sistema sanitario quali sono allo stato?»
«Carenti, almeno nel centro-sud. Se parliamo dell’Abruzzo poi, dobbiamo riferire dell’esistenza di un unico Centro diurno riconosciuto, ovvero quello di S.Giovanni Teatino, quando nel nord Italia queste strutture di appoggio alle famiglie sono molto più diffuse e funzionali. Infatti, non è sempre vero che la famiglia cerchi solo un posto dove ricoverare il suo malato, ma molto più spesso è alla ricerca di una struttura in grado di accogliere per alcune ore i malati, in condizioni di sicurezza e di valorizzazione delle loro vite e delle loro personalità, per poi riaccompagnarli a casa e lasciarli a contatto delle loro cose, dei loro ricordi e del loro ambiente di vita primario.»

 
Roberto D’Angelo

 

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