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Nella sezione “gite fuori porta” pubblichiamo un articolo sulla tradizione delle “farchie”, che vengono accese all’imbrunire del 16 gennaio a Fara Filiorum Petri.
Tra storia e leggenda, il 16 gennaio di ogni anno si ripete l’accensione delle farchie, le altissime torri di canne che illuminano la notte della vigilia di Sant’Antonio Abate a Fara Filiorum Petri, paese della valle del Foro adagiato tra la montagna (confina infatti con Pretoro, Rapino e Roccamontepiano) e le colline teatine (Vacri, Casacanditella).
Alle 14, come di consuetudine, gli uomini delle contrade di Fara porteranno nella piazza antistante al cimitero del paese le altissime torri, utilizzando i loro mezzi agricoli, mentre dal centro del paese un’altra farchia verrà portata a spalla. Il tempo di issarle l’una accanto all’altra e subito verranno accese: una luce vivida, quella del fuoco, che illuminerà tutta la notte, fatta di giochi e di bisboccia.
È così dalla metà del XIX secolo, quando la processione di Sant’Antonio Abate veniva accompagnata da piccole torce fatte di canna, in ricordo del prodigio che i faresi assicurano che il santo abbia compiuto nel 1799. In quell’anno, infatti, un manipolo di soldati francesi mosse da Chieti, dov’erano di stanza, verso Fara Filiorum Petri, con l’intento di occuparla. Ma l’intervento miracoloso di Sant’Antonio, che trasformò le querce del bosco “Selva” alle porte del paese in guerrieri di fuoco, evitò l’invasione temuta.
Pian piano le piccole farchie di metà Ottocento divennero sempre più grandi, raggiungendo dimensioni esagerate, anche più grandi delle attuali: il ridimensionamento delle torri di canne (che ogni contrada, per tradizione, deve procurarsi “rubandole” letteralmente al territorio di un’altra contrada) fu effettuato dopo il 1972, anno in cui un operaio, intento all’innalzamento delle farchie rimase schiacciato dalla caduta di una di esse. Per evitare altre tragiche morti, il Comune di Fara Filiorum Petri emanò un regolamento, ancora in vigore, che stabilisce che la farchia non può avere un diametro maggiore di 80 centimetri ed una lunghezza superiore a 8 metri.
Ovviamente la festa, che ingloba in sé tradizioni pagane e spiritualità cristiana, è occasione di gioia e di abbondanti libagioni. I faresi, nel giorno delle farchie, mangiano il cosiddetto “Pane di Sant’Antonio”, rosette di pane che vengono preparate dai fornai locali, poi benedette in parrocchia e distribuite a tutte le famiglie. Tra i dolci, tipico il “serpentone”: una pastafrolla ripiena di marmellata, noci tritate e canditi.
Foto: Giovanni De Cesare
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