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LA MEMORIA DEL 10 FEBBRAIO
“Ora non sarà più consentito alla storia di smarrire l’altra metà della memoria. I nostri deportati non sono più morti di serie B”. Queste parole sono la testimonianza di una signora triestina e fanno riflettere come, a poche settimane dal Giorno della Memoria, l’Italia si trovi a ricordare uno degli eventi più tristi della storia del dopoguerra.
Appena dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, la città di Trieste si trova a vivere un incubo durato 40 giorni, durante i quali le truppe partigiane e comuniste del maresciallo Tito torturano, deportano e uccidono migliaia di cittadini colpevoli solo di essere italiani e di opporsi al regime.
Durante la pulizia etnica anti-italiana, i corpi vengono gettati nelle foibe, cavità carsiche di origine naturale diffuse nei territori di Trieste, della Slovenia, dell’Istria.
Non esiste una cifra ufficiale riguardo al numero delle vittime del massacro. L’imprecisione è dovuta a diversi motivi: in primis la mancata collaborazione da parte del governo jugoslavo di partecipare ad inchieste per determinare il numero di decessi, poi la difficoltà di recuperare i corpi all’interno di grotte naturali profondissime.
Nel 1992 la foiba di Basovizza, l’unica rimasta in territorio italiano, è diventata monumento nazionale.
Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani che hanno dovuto lasciare Trieste e i territori che, in seguito al Trattato di Parigi del 10/02/1947, sono stati assegnati alla Jugoslavia di Tito. Il dramma di Trieste si concluderà solamente nel 1954 quando il 4 novembre tornerà ad essere territorio italiano.
Concludo con le parole di Albert Schweitzer premio Nobel per la Pace nel 1952:
“L’orrore di questa esperienza (le due guerre mondiali) dovrebbe scuoterci dal torpore e orientare la nostra volontà e le speranze verso un’era in cui non ci sia più guerra. Volontà e speranza avranno un solo esito: il conseguimento, grazie ad un nuovo spirito, di una nuova coscienza più elevata, che ci impedisca l’uso mortale del potere in nostro possesso”.
Maria Campitelli
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